Divide et impera (?)

« Ho visto più volte un caro fanciullo […] affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di porcellini d’India, che aveva lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte. Dimodoché, dopo essersi un po’ impazientito, s’adattava al loro genio, spingeva prima dentro quelli ch’eran più vicini all’uscio, poi andava a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco simile ci convien fare co’ nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a Renzo, che avevam perduto di vista. » (capitolo 11, https://it.wikibooks.org/wiki/I_promessi_sposi/Analisi_del_capitolo_11)

Così torna a galla una “memoria inconsapevole”: accendo il computer e sono ferma davanti all’elenco infinito della mia to-do list. Ogni punto è un progetto del dottorato o una side-quest non meglio identificata. Ogni punto ha tanti sottopunti quanti sono i task da completare per chiudere quel progetto. Un oggetto che mi ha aiutata a tenere insieme le fila durante questi 3 anni di paper, conferenze, presentazioni interne, tesisti, ma che ora mi torna indietro come un boomerang che mi dimentico di afferrare (ahia!). E allora mi viene in mente che nei Promessi Sposi c’era un momento in cui Manzoni aveva in sospeso le storie di così tanti personaggi che non sapeva più da che parte farsi - e ce lo dice con la metafora del caro fanciullo. Ed eccomi qui anch’io, una cara fanciulla che, nell’ultimo anno di dottorato, arranca nel riportare nel recinto questo gregge di progetti.

Manzoni però, molto lucidamente, propone una soluzione: riprendere a poco a poco da ciò che è più semplice, uno alla volta, partendo da « quelli ch’eran più vicini all’uscio ». Questio approccio mi ha ricordato quello che in software engineering si chiama “scomposizione funzionale”. Per gli amici anche nota come “approccio top-down”, la scomposizione consiste nello “spacchettare” il nostro grande problema (top) in tanti sottoproblemi più piccoli (down), indipendenti e facili da risolvere. Ogni volta che si risolve un sottoproblema, lo si combina nel problema principale e si testa immediatamente, e così via finchè tutti gli altri problemini sono stati risolti, finchè il grande problema non è stato risolto.

A quanto pare questo approccio funziona anche quando si tratta di studiare, o almeno secondo il principio dello Zettlekasten: libro/articolo e penna alla mano, mentre leggiamo l’obiettivo è quello di prendere appunti ‘atomici’, che siano comprensibili anche se consultati successivamente e singolarmente, ma di collocarli poi all’interno del nostro progetto o interesse, sia in termini di contenuto che fisicamente. Ci troveremo alla fine con una catena di pensieri auto-consistente, che sarà la base per futuri articoli, progetti e idee. O almeno questo è quello che ho capito leggendo ‘How to Take Smart Notes: One Simple Technique to Boost Writing, Learning and Thinking for Students, Academics and Nonfiction Book Writers’ di Sönke Ahrens e vedendo la playlist How to take smart notes in Obsidian di Joshua Duffney.

E allora ricomincio da qui, pronta per cominciare a scrivere la tesi ‘un porcellino d’india alla volta’.

Giulia